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Imparato (Peugeot): «Siamo ad una svolta epocale: tutte le nostre auto elettrificate»

Intervistato dal Messaggero, Jean-Philippe Imparato, CEO di Peugeot ha dichiarato finalmente che il 100% della gamma sarà elettrificato. Saranno BEV la 208 e la 2008, i segmenti C e D saranno plug-in hybrid. A breve, avremo anche un commerciale elettrico. Vogliamo dare al cliente la possibilità di scegliere tra benzina, diesel ed elettrico, ma sempre nel nostro marchio con gli stessi costi di gestione».

Jean-Philippe Imparato, CEO di Peugeot, ha dichiarato che le vendite della nuova Peugeot e-208 e registrano dati migliori del previsto.

La domanda iniziale per la nuova auto elettrica Peugeot è ben al di sopra del 10%: “Dei 40.000 potenziali clienti che fino ad ora hanno dimostrato interesse per la nuova generazione di 208, la metà ha optato per l’e-208. Un quarto dei preordini corrispondeva anche alla e-208 ”.

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Nel 2019 previsti 5,4 GW di moduli bifacciali installati nel mondo (+100%).

Entro la fine del 2019, si dovrebbero installare 5,4 GW di moduli bifacciali, portando la capacità cumulativa mondiale di questa tecnologia a oltre 8,2 GW. È quanto si legge nel primo report sulla tecnologia bifacciale pubblicato da Wood Mackenzie.

Più in dettaglio, la capacità cumulata di moduli bifacciali a livello globale è passata dai 97 MW del 2016 agli oltre 2,6 GW dello scorso anno. Entro il 2024 inoltre la capacità totale di questa tecnologia supererà i 21 GW, pari al 17,2% della capacità solare totale installata quell’anno.

I driver che traineranno questa crescita variano da regione a regione, ma uno dei fattori comuni in tutto il mondo riguarda il prezzo sempre più accessibile dei moduli bifacciali.
La Cina, da sempre il mercato di punta grazie al programma locale Top Runner che incentiva lo sviluppo di nuove tecnologie, continuerà a rivestire un ruolo leader ma, a seguito della cancellazione dei sussidi statali, crescerà a un ritmo più lento rispetto al tasso attuale pari al 20% annuo.
Si attendono buone performance di crescita anche negli Stati Uniti, dal momento che i moduli bifacciali non sono interessati dalla politica sui dazi introdotta dall’amministrazione Trump. La crescita stimata dovrebbe portare la capacità cumulata dai 500 MW del 2019 a oltre 2 GW entro il 2020, fino a più di 7 GW nel 2024.
Attesa una crescita anche per il Middle East. In particolare l’Oman intende installare moduli bifacciali per 600 MW mentre a giugno gli Emirati Arabi hanno presentato progetti per una capacità complessiva di 320 MW.
Nell’America Latina, i paesi che traineranno il mercato saranno Brasile, Messico e Cile che proporranno progetti su larga scala. Simili dinamiche si vedranno in Egitto e in altri paesi africani.
I paesi nord europei opteranno sempre più per i moduli bifacciali a causa della loro latitudine. Il Regno Unito e la Danimarca hanno in cantiere progetti per oltre 150 MW. Al contrario i paesi sud europei non hanno mostrato una chiara preferenza per questa tecnologia, tuttavia la politica favorevole al fotovoltaico agevola lo sviluppo del mercato e crea un ambiente idoneo alla crescita anche dei moduli bifacciali.

Lento e costoso: il nucleare perde terreno a favore delle rinnovabili

La transizione energetica non può aspettare tempi e costi del nucleare: a rivelarlo è il World Nuclear Industry Status Report, uno dei principali strumenti di analisi di settore stilato annualmente da un pool di esperti indipendenti. Secondo il report 2019 appena pubblicato, la rapida crescita della generazione elettrica fornita dalle fonti rinnovabili (fotovoltaico ed eolico su tutte) sta rendendo i tempi di costruzione e gestione delle centrali nucleari troppo lenti e quindi insostenibili sia a livello ambientale che economico.

Il report stima che dal 2009 ad oggi, il tempo medio di costruzione per i reattori in tutto il mondo sia stato di poco inferiore a 10 anni, ben al di sopra della stima fornita dall’ente industriale della World Nuclear Association (WNA) secondo cui una media di costruzione tra 5 e 8,5 anni avrebbe garantito sostenibilità (economica e ambientale) alla realizzazione di nuovi impianti nucleari.

Il tempo extra impiegato ha importanti implicazioni per gli obiettivi climatici, poiché le attuali centrali a combustibile fossile continuano a emettere CO2 in attesa di essere rimpiazzate: “Ad oggi, il nucleare non soddisfa alcuna necessità tecnica o operativa che i concorrenti a basse emissioni di carbonio non possano soddisfare meglio, più a buon mercato e più velocemente – ha commentato Mycle Schneider, autore principale del rapporto – Stabilizzare il clima è urgente, l’energia nucleare è lenta”.

Secondo il report WNISR, inoltre, l’energia dell’atomo è anche molto più costosa delle alternative rinnovabili: il costo per la generazione solare varia da 36 a 44 dollari per MWh, spiegano gli esperti nel report, mentre l’energia eolica onshore può arrivare a un prezzo tra 29 e 56 dollari per MWh. L’energia nucleare, invece, costa tra 112 e 189 dollari per MWh.

I costi di costruzione e gestione degl’impianti rinnovabili sono progressivamente diminuiti nell’ultimo decennio (-88% per il fotovoltaico e -69% per l’eolico), mentre quelli delle centrali nucleari sono aumentati del 23% nello stesso periodo.

Discorso simile per quanto riguarda gl’investimenti: nel 2018, la Cina ha investito 91 miliardi di dollari in energie rinnovabili ma solo 6,5 miliardi in energia nucleare.

Le previsioni di crescita della generazione elettrica da rinnovabile e da nucleare confermano la tendenza a preferire i nuovi sistemi di produzione: nei soli Stati Uniti, la capacità rinnovabile dovrebbe crescere di 45 GW nei prossimi tre anni, mentre il nucleare e il carbone sono destinati a “perdere” 24 GW netti a causa delle dismissioni programmate di centrali ormai arrivate a fin di vita.

L’ultimo decennio ha visto la Cina tra i più aggressivi costruttori di nuove centrali nucleari con quasi 40 reattori: tuttavia, dal 2016, anche il Governo di Pechino ha rallentato gli investimenti di settore e nessun nuovo reattore è stato costruito negli ultimi 3 anni, mentre al contrario si sono moltiplicati i progetti eolici e fotovoltaici su larga scala.

Seppur sulla soglia di una crisi, la capacità operativa degli impianti nucleari ha registrato un nuovo record lo scorso anno con 370 GW globali (+3,4% rispetto al 2017) con una quota nella produzione mondiale di energia di poco superiore al 10%. Entro il 2030 dovrebbero entrare in funzione 188 nuovi reattori che garantirebbero al nucleare di mantenere intatta la propria quota nel mix energetico mondiale a fronte di un aumento complessivo della domanda di energia (che, secondo le stime del WNISR potrebbe arrivare a triplicare entro il prossimo decennio).


Sciopero globale per il clima, il mondo scende in piazza per il futuro

I giovani di Fridays for Future scendono di nuovo in piazza in occasione del terzo sciopero globale per il clima del 27 settembre. La manifestazione, che chiuderà la Climate Action Week iniziata lo scorso 20 settembre, arriva dopo le parole di fuoco che Greta Thumberg ha riservato ai grandi del pianeta in occasione del vertice Onu per il clima.

In Italia, lo sciopero globale per il clima è stato organizzato in concomitanza con altri 26 paesi, tra cui Nuova Zelanda, Ungheria, Slovenia, Grecia, Olanda, Svizzera e Belgio, in cui la manifestazione di Bruxelles culminerà di fronte alla sede dell’Unione Europea. Greta Thunberg sarà inoltre presente in Canada, a Montreal, accompagnata dal primo ministro Justin Trudeau.

In Italia, ad essere coinvolte saranno circa 160 città che vedranno scendere in piazza non solo giovani studenti e attivisti per l’ambiente, ma per la prima volta anche alcune sigle sindacali come Cgil, Cisl, Cobas e Fiom. Inoltre, in occasione del terzo sciopero globale per il clima, arriva la circolare con cui il ministro dell’Istruzione Fioramonti invita i dirigenti scolastici a giustificare l’assenza degli studenti che parteciperanno alle manifestazioni.

Le richieste del movimento vengono espresse con tre principali rivendicazioni: il raggiungimento di zero emissioni entro il 2050; l’attuazione di una strategia di transizione energetica su scala mondiale; la valorizzazione della conoscenza scientifica e della giustizia climatica. Inoltre, il movimento Fridays for Future Italia chiede esplicitamente un aumento dei fondi alla Scuola e alla Ricerca per rendere gli istituti scolastici sostenibili al 100% e sostenere l’innovazione ecologica. Tra le richieste, anche l’interruzione delle collaborazioni tra il Ministero dell’Istruzione e le aziende ancora prive di un piano di decarbonizzazione da attuare entro il 2025.  

Oceani sempre più caldi e ghiacciai in scioglimento

Gli oceani e la criosfera – le parti del pianeta coperte dal ghiaccio – svolgono un ruolo fondamentale per la vita sulla Terra. Ma decenni di riscaldamento globale e cambiamenti climatici hanno provocato un danno difficilmente riparabile. Oggi i mari sono più caldi, più acidi e meno produttivi; i ghiacciai si stanno ritirando aumentando il rischio di frane e inondazioni e alterando la disponibilità d’acqua; la fusione delle calotte glaciali sta aumentando i livelli del mare mentre gli eventi estremi costieri diventano più gravi e frequenti.

A mostrare l’ennesima crisi ecologica del Pianeta è il nuovo rapporto dell’IPCC (acronimo inglese di Gruppo Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici), presentato stamane nel Principato di Monaco. Il documento, “Special Report on the Ocean and Cryosphere in a Changing Climate”, è frutto del lavoro di 100 autori provenienti da 36 paesi, che hanno valutato l’ultima letteratura scientifica in tema di oceani e criosfera attraverso 7000 pubblicazioni. Il messaggio principale del testo è che le emissioni stanno avendo seri impatti su questi preziosi ecosistemi e la brutta notizia è che un peggioramento della situazione potrebbe essere inevitabile.

I dati del report IPCC su oceani, calotte glaciali e ghiacciai

Gli esperti stimano che i ghiacciai più piccoli, trovati ad esempio in Europa, Africa orientale, nelle Ande tropicali e in Indonesia potrebbero perdere oltre l’80% della loro attuale massa entro il 2100 mettendo a rischio sia le comunità montane che quelle molto più a valle, con implicazioni in settori come l’agricoltura e l’energia idroelettrica.

Anche le calotte glaciali in Gronelandia e Antartide stanno perdendo massa e la conseguenza diretta, in questo caso, è l’aumento del livello del mare: i dati indicano una crescita di circa 15 cm nel corso del 20° secolo, con un trend che è più che raddoppiato negli ultimi anni e mostra oggi segni di ulteriori accelerazioni. Il rapporto IPCC immagina un aumento dei livelli marini di 30-60 cm entro la fine del secolo anche riuscendo a contenere il riscaldamento globale a più 2°C. In caso contrario, si potrebbe superare facilmente il metro.

Ciò significa veder scomparire tratti importanti di coste e suoli ma anche assistere ad eventi estremi sempre più frequenti e aggressivi. Per la precisione, gli scienziati ritengono che a prescindere dal grado di riscaldamento, eventi in passato verificatasi solo una volta al secolo diverrebbero fenomeni annuali entro il 2050 in molte regioni.

 

La questione è ancor più delicata se si guarda da vicino i diversi ruoli dell’ecosistema marino. Attualmente gli oceani hanno assorbito oltre il 90 per cento del calore in eccesso nel sistema climatico, un dato destinato ad aumentare, in ogni caso, con seri danni per uomo e natura: il riscaldamento delle acque oceaniche, infatti, riduce la miscelazione tra i diversi strati e, di conseguenza, l’apporto di ossigeno e sostanze nutritive presenti. Non solo. L’oceano ha assorbito dal 20 al 30 per cento delle emissioni di biossido di carbonio antropogeniche dagli anni ’80 a oggi, abbassando progressivamente il suo Ph. Questi due fattori stanno già influenzando la distribuzione e l’abbondanza della vita marina.